VICTORIA SURLIUGA
Su Armi e mestieri di Giampiero Neri
"clanDestino", XVII, n. 1, 2004, pp. 26-29
Dall'uscita di Teatro naturale in poi, di Giampiero Neri si era scritto, ripetutamente e con insistenza, che la sua produzione era un work in progress, il lavoro di una vita di cui il volume uscito per Mondadori nel 1998 costituiva il nucleo. Progressivamente, si ipotizzava, Neri avrebbe aggiunto altre sillogi, come era avvenuto in precedenza, quando tre raccolte già edite (L'aspetto occidentale del vestito, Liceo, Dallo stesso luogo) erano confluite in Teatro naturale, l'opera che l'aveva fatto emergere come voce tra le più interessanti e complesse nel panorama della poesia italiana contemporanea. Con Armi e mestieri (Mondadori, Milano, 2004), però, Neri ha contraddetto tutti i pronostici che lo vedevano legato ad un unico canzoniere, proponendo un nuovo volume di poesie, diverso da Teatro naturale per impostazione e coesione tematica.
Il nuovo libro di Neri colpisce per una crescente concisione a cui, necessariamente, corrisponde una maggiore, apparente, oscurità. Nel percorso di Neri da L'aspetto occidentale del vestito ad Armi e mestieri si colgono sempre più evidenti la rarefazione e la tensione linguistica. L'uso del poemetto in prosa, ad esempio, viene quasi del tutto eliminato o limitato a pochi e brevi testi. Resta una continuità tematica tra questi due diversi momenti, si sente una certa atmosfera tipicamente neriana, ma il linguaggio si è progressivamente asciugato. Questa rarefazione non avviene a scapito dei riferimenti intertestuali, in quanto gli argomenti e i soggetti (animali, uomini, piante) attraversano come sempre la produzione di Neri, sebbene con modalità differenti. Nonostante gli echi, precisi e puntuali, rendano individuabile senza esitazioni la poesia di Neri, non ci troviamo dinanzi a uno sviluppo manieristico. Anche se la presenza di uno stile emblematico di uno specifico modo di scrivere può far pensare ad una fissità espressiva, va ribadito che i testi di Neri non sono mai statici e, nel loro movimento, restano fedeli all'apparato filosofico che li sostiene.
La ricerca poetica di Neri non consente la stasi ma una continua ricerca di una forma che segua le necessità della comunicazione. Il "dono" di Neri, se cosė possiamo definirlo, sta nel proiettare su un registro alto anche le parole e le forme espressive usate più comunemente, astraendole da una immediata comprensione. Molte poesie, ad esempio, iniziano con preposizioni (cfr. Di quel teatro all'aperto), aggettivi dimostrativi (cfr. Quello stormo di uccelli), avverbi (poi vennero i giorni veloci), congiunzioni (e quella sua famosa biblioteca), oppure, con lettere minuscole. Nonostante la semplicità lessicale e sintattica di Neri, rimane la sensazione, straniante, di trovarsi proiettati all'interno di qualcosa che non si conosce. Quali altri stormi di uccelli ci sono stati? I giorni veloci seguono quali altri? La poesia di Neri è una fonte inesauribile di spunti di meditazione e, per rispondere a questi interrogativi, bisogna seguire con attenzione i continui rimandi tra i testi delle cinque parti di Armi e mestieri (Persona seconda, Sequenza, Finale, Botaniche, Armi e mestieri), che qui chiameremo "capitoli" proprio per sottolineare l'andamento narrativo della raccolta. Neri vi ha inoltre inserito i testi di due plaquette precedenti, Erbario con figure (2000) e Finale (2002): il primo lo troviamo in Sequenza, Persona seconda e Botaniche, mentre il secondo forma un capitolo a se stante.
Alla luce di quanto si è appena sostenuto, la prima lettura di Armi e mestieri può risultare in un'impressione di straniamento, la stessa che si potrebbe provare nel ritrovarsi in un universo discorsivo di cui si coglie il significato più superficiale delle parole, non riuscendo ad appropriarsi subito dei riferimenti a cui queste rimandano. La scrittura di Neri, però, ha una forza sufficiente per trattenere l'attenzione di chi legge, fornendo gradualmente i punti di rimando che portano infine alla comprensione dei testi. Un lettore attento può cosė ritrovare i soggetti e i temi ormai "classici" delle poesie di Neri, a cui eravamo stati abituati, quali le civette, le lotte per la sopravvivenza e le riflessioni sulla memoria. I capitoli di Armi e mestieri sviluppano un discorso riguardante i rapporti di forza, necessariamente violenti, all'interno del consorzio animale, vegetale ed umano. Se Teatro naturale descriveva queste tensioni, Armi e mestieri le articola più nettamente. Già il titolo ("armi e mestieri" invece del più comune "arti e mestieri") è significativo: il mutamento consonantico di "arti" in "armi" è anche un'opposizione semantica in cui il primo sostantivo (armi) conduce al secondo (mestieri) modificando il senso dell'espressione. Per arti, storicamente, si intendono quelle artigianali, a cui si sono poi aggiunte quelle figurative. Il binomio "armi"/"arti" e "mestieri" suggerisce che la pace dell'attività lavorativa sia raggiungibile solo dopo aver percorso la via della guerra. Su indicazione esplicita di Neri stesso, siamo rimandati alle teorie politiche di Thomas Hobbes, in particolare a quelle esposte nel Leviatano, dove lo stato naturale degli uomini, identificato con il conflitto, può essere superato unicamente dall'intervento di una forza ordinatrice, ovvero lo stato. Solo a questo punto si può considerare la creazione di una società civile, dove i mestieri e le arti possono fiorire nuovamente.
È significativo parlare di Hobbes, alla cui opera Neri ha fatto spesso espliciti rimandi, per la descrizione della continua tensione, corollario più naturale alla violenza, che ha luogo nei consorzi descritti dal poeta. Fin dalla poesia di apertura della raccolta, Neri ci dà un'istantanea di questa tensione, vista attraverso uno stormo vociante di uccelli che si abbatte a precipizio su un albero: "come a un traguardo. / Ma era un'altra la posta in gioco, / a dirigere il volo impetuoso". Il luogo in cui avviene questa scena è Milano e nel contesto urbano non dovrebbero esserci dei nemici visibili pronti ad attaccare questi volatili. La posta in gioco resta la vita stessa e questi animali portano con sé la paura atavica di eventuali aggressioni. In loro prevalgono l'istinto e l'atteggiamento orrifico con cui percepiscono la realtà, e il loro agire è determinato da queste forze.
Degli uccelli, Neri evidenzia la possibilità di scindere il comportamento violento da quello pacato. Quest'ultimo viene evidenziato nella poesia in cui l'autore descrive una civetta tenuta in gabbia nell'ufficio di un assicuratore. Il rapace viene colto nel suo atteggiamento più innocuo, che ricorda il tempo diurno di Due tempi, in Teatro naturale, dove l'atteggiamento tranquillo dell'animale veniva contrapposto a quello notturno, predatorio. In Armi e mestieri, Neri descrive ancora la civetta, pronta all'attacco, nel suo nido, "difesa di un tempo remoto". Ma la lotta non avrà luogo, in quanto "i suoi nemici sono scomparsi / e tutto intorno / non c'è che sabbia e vento". Si può dedurre che l'essere pronti a difendersi non implichi necessariamente l'arrivo di un nemico. Non è un caso che questo testo sulla civetta sia collocato dopo altri due, riguardanti le piante, in cui Neri ribadisce l'aspetto di difesa, su cui si aprono diversi interrogativi e avvertimenti: "Attenti a rispettare la soglia, / non sono fragili le spine". Però, allo stesso tempo: "Da quali nemici si difende / la rivestita di spine? / è tenace la memoria delle piante / non abbassa la guardia. / Se torneranno le specie a loro avverse / le troveranno pronte, ad aspettarle". Il parallelo tra le piante e la civetta, che aspetta inutilmente l'arrivo della parte avversa, risulta evidente e fa riflettere sul decadimento stesso del nemico. Questi, nel testo sulle piante, è ancora una minaccia, mentre scompare nel brano sulla civetta, rimasta nel nido con le sue preoccupazioni e una sensazione di attesa. La situazione descritta sembra un'eco del Deserto dei Tartari di Buzzati, dove al tenente Drogo non resta che l'attesa dei nemici, mentre questi sono altrove, probabilmente a combattere altre guerre.
Mentre i rapporti di forza tra piante e animali sono più evidenti, quelli tra gli uomini sono più mascherati. Le poesie dedicate al genere umano sono ben più numerose di quelle riguardanti piante ed animali. È il tema della memoria, più che della violenza e della prevaricazione, ad attraversare questi testi in cui gli uomini compaiono di volta in volta come soggetti attivi o come ombre. Emerge la memoria dei tempi andati, soprattutto nei testi della raccolta che hanno come soggetto le case, frequentate o anche solo note a Neri. Ad esempio, Quella casa isolata non è stata toccata dalla guerra, ma il suo persistere, quando la si vede tra gli edifici più nuovi che la circondano, la rende "un corpo estraneo / venuto chissà da dove". In Lungo la strada proviciale, i dettagli rendono riconoscibile l'edificio, ma "la casa sembrava disabitata / deserta di quelle care ombre / che il tempo aveva cancellato". La casa è emblematica del ritrovo della comunità famigliare, sbriciolata nel corso del tempo, quindi ormai diventata il vuoto simulacro delle ombre scomparse. Per questo, Neri ci ricorda in Finale come le persone sono come "vaghe ombre / dei nomi cui corrispondevano" e, stilisticamente, il passaggio del tempo viene echeggiato in certi modi ungarettiani che lo concentrano in parole rarefatte, per quanto semplici: "Come sassi lanciati sull'acqua / che affondano dopo breve corsa / le figure si allontanavano / svanivano nell'aria trasparente".
Oltre a portare il peso del sentimento, la memoria di Neri si colloca in un preciso contesto storico, ovvero la seconda guerra mondiale, dove l'idea fondante resta quella di trovare "la verità nel paradosso". La situazione paradossale che Neri rende attraverso la scrittura riguarda il conflitto fratricida della guerra civile del 1943-1945, in cui la violenza non risulta derivare da un istinto (come per gli animali o le piante), ma dalla razionalità umana. Viene suggerito che gli uomini pensano spesso di placare la loro naturale tendenza all'aggressività identificando una vittima sacrificale: "qu'il leur faut un victime", scrive Neri, citando Guerra e pace di Tolstoj. Ci si trova, pertanto, nella situazione paradossale, ma consolidata, di uno dei miti fondanti le epiche omeriche (si pensi a Ifigenia sacrificata da Menelao) in cui la violenza, se viene subita da un capro espiatorio (come sostiene René Girard), può togliere un peso dalla collettività e riportare a uno stato di tranquillità.
La pacificazione del confitto e la tensione che lo aveva accompagnato co-esistono nella natura umana, predisposta al dedicarsi a delle attività in apparenza contrastanti tra loro. Ad esempio, musica e caccia vengono accostate nel testo sul vecchio assicuratore, di cui viene detto come sia amico di entrambe e, nuovamente, in un'altra poesia, dove un capomastro, che dirige una banda musicale, viene anche descritto come un "Uomo di parte, / in tempi di lotte civili / aveva avuto armi e munizioni / a portata di mano nella sua cantina".
A Neri sono sufficienti dei minimi accenni per evocare un clima dove la memoria del conflitto fratricida, per quanto attenuata, non è mai scomparsa del tutto. L'estrema parsimonia del dettato di Neri non è solo reticenza e nemmeno rimanda all'elogio ermetico del non detto. Le parole vanno misurate perché anche la più semplice porta con sé la violenza della storia. Il tono distaccato adottato da Neri fa trasparire un sentimento senza catarsi, un dolore accresciuto in un arco temporale che non concede lenitivi. I testi sono scritti contemplando un baratro che si è aperto nella mente all'atto del ricordare e le parole ne costituiscono il controcanto impassibile. Il compito della poesia, come Neri ha sempre sostenuto, è quello di lasciare una testimonianza di quello che è stato, ma anche di mettere in guardia e avvertire dell'inevitabilità del ricorrere dei cicli di morte e violenza. Armi e mestieri esplica con una grande arte questo apparato concettuale, confermando come Neri sia una delle voci poetiche attuali tra le più individuabili e destinate a durare nel tempo.