VICTORIA SURLIUGA

Introduzione al volume La serie dei fatti, quindici prose di Giampiero Neri

Como, Lietocolle, 2004

Di Giampiero Neri, i frequentatori della poesia contemporanea conoscono soprattutto la produzione in versi, che è venuta accompagnandosi a una serie di riflessioni in prosa, già apparse su riviste e raccolte nel loro insieme per la prima volta in questo volume. La datazione di questi quindici testi comprende un esteso arco di tempo che va dal 1990 fino al 2003. Complessivamente, essi delineano con precisione e ampia portata lo sfondo teorico necessario ad un migliore apprezzamento delle poesie di Neri. Nelle sue prose, gli argomenti trattati riflettono i contenuti dei testi poetici, di cui esplicano il discorso più ampio che ne costituisce l'impostazione metodologica.

Nelle prose "Del fare poesia", "La parola come mimetismo", "Noterelle di un traduttore mancato", "Informazione e lavoro in poesia", "La poesia come informazione", "Nota sul mio lavoro", Neri ci ricorda come la scrittura abbia una funzione informativa, risultando quindi, per citare una massima di Pasternák che gli è cara, in una comunicazione di contenuti ed un risuonare di significati. Pertanto, il titolo di questa raccolta di prose, "La serie dei fatti", da un lato è il secondo verso della terza parte di L'aspetto occidentale del vestito (in Teatro naturale, Mondadori 1998, p. 19) e dall'altro è un emblema del compito che Neri attribuisce alla sua scrittura.

Nelle sue prose, come già nelle poesie, si compie un'attenta osservazione degli eventi che hanno luogo in natura e nella storia e, a testimonianza di una fedeltà di lettura e di un interesse costante, vi trovano eco puntuale i classici dell'entomologia come Fabre e Marais. Il compito informativo della scrittura, come ci viene spiegato eloquentemente più volte, ma soprattutto in "Nota personale", consiste nel "mettere in guardia". La scrittura avverte, e allo stesso tempo ricorda, che gli attori dell'universo poetico, ovvero gli esseri umani, gli animali e le piante, hanno un preciso destino in comune, fatto di cicli di morte e violenza. Mentre gli animali beneficiano del mimetismo come strumento di attacco e difesa, gli uomini, invece, dispongono del linguaggio per camuffare le loro intenzioni.

Per quanto riguarda, invece, le altre prose, in "Una copia dei Canti Orfici", ci viene presentata la pagina che accompagna i testi di Dino Campana, regalati a Neri dal fratello Giuseppe Pontiggia, appunto "lo straordinario donatore" menzionato nel testo. Pur presentando il resoconto di un avvenimento, questa prosa ci introduce a uno stile meno tipico della poetica di Neri e più visionario, come risulta anche in "Comuni smarrimenti", una nota critica che diventa riflessione più ampia a partire da un testo di Nanni Cagnone. Nella poesia di Neri, gli esempi vivificano i concetti con la forza del poeta che sa rendere immagine ogni sua affermazione più teorica. A questo riguardo, un esempio particolarmente significativo di questa capacità di Neri di unire toni surreali a forti elementi realistici è la prosa dal titolo "Cappello Borsalino", dove il poeta racconta di un suo amico artista e del suo stile di vita. Qui, attraverso la narrazione, traspare il desiderio di cogliere la singolarità della figura dell'amico e di rendere partecipe un occhio esterno, quello del lettore, della stessa esperienza dello scrittore.

Se si considera il doppio registro delle prose di Neri, ovvero da un lato un lavoro esplicativo sulla propria poesia e dall'altro la presenza di immagini di forza visionaria, si può affermare che il suo lavoro attraversi vari generi letterari, ancorandosi direttamente alla grande tradizione della poesia che sa riflettere sulle proprie fonti. Neri esprime il suo apprezzamento per l'insegnamento dei classici e ne porta una forte eco nella sua scrittura. È quanto sostiene ad esempio in "Noterelle in margine al Convegno su: 'Dalla tradizione poetica all'avanguardia'", dove il titolo espone la parte che Neri prende in questo dibattito, chiaramente a favore della tradizione, senza trascurare, però, la voce di critici letterari come Pagnanelli, a cui è dedicata una toccante prosa che ne ricorda l'amicizia.

La forza della scrittura di Neri, caratterizzata dall'eleganza del tono diretto, consiste in una singolare chiarezza discorsiva e precisione linguistica. Neri non usa mai una parola, in poesia come in prosa, che non sia carica di tutto il suo significato, proprio al fine di evitare ogni possibile fraintendimento. È notevole come le prose di Neri riescano a far coesistere un tono apollineo dandoci allo stesso tempo lo stesso coinvolgimento di un colpo di scena narrativo. Questo avviene soprattutto attraverso l'uso di frasi gnomiche e aforistiche che intervallano l'andamento meditativo dei testi, come ad esempio il detto attribuito a Socrate nel Fedro: "la scrittura, se interrogata, tace maestosamente".

Un altro momento che rivela il talento di Neri nell'unire concetti e immagini anche in apparenza disparati è l'accostamento, del tutto inaspettato, tracciato tra la massima di Flaubert "Madame Bovary c'est moi" e la frase "la natura sono io", in conclusione alla riflessione sul Darwinismo in "Sovrapposizione di Storia e Natura nella ricerca letteraria". Per spiegare come, storicamente, fosse avvenuta una convergenza in natura di tutti i destini delle creature viventi, Neri traccia questo brillante parallelo, che, come si è detto, coglie abbastanza impreparati, a meno che non si pensi, naturalmente, alla risposta che diede Jackson Pollock quando gli chiesero perché nei suoi quadri non si ispirava alla natura ("La natura sono io", rispose).

Attraverso la limpidezza esemplare della sua prosa e il sapiente incastonamento di aneddoti, Neri elabora una particolare pittura verbale, una scrittura dal tono preciso e lievemente surreale che la rende inconfondibile e insieme complementare alla produzione poetica.