Victoria Surliuga

Recensione a Gli alleati viaggiatori di Giancarlo Majorino (Mondadori, 2001)

"l'immaginazione", n. 202, novembre 2003, pp. 31-32.

Gli alleati viaggiatori è da considerarsi come una delle prove poetiche più alte di Giancarlo Majorino, che, in questo volume, è riuscito a compiere un'importante operazione metodologica, compattando in un unico discorso, di natura visiva e concettuale, i diversi elementi di un intero universo poetico. In Gli alleati viaggiatori abbondano i riferimenti ai "singoli di molti", all'"epoca del gremito", alla violenza del vissuto e al suo anonimato, nonché a questa "unica esistenza" fatta della naturale ciclicità di vita e morte; tutti temi già presenti nella produzione precedente di Majorino, e messi particolarmente in risalto nelle pagine teoriche di Poesie e realtà (1945-2000). Ma Gli alleati viaggiatori ha il pregio di condensarli e di riproporli in una forma completamente nuova. È anzi possibile affermare che questo suo ultimo volume è tenuto insieme da una coesione visiva e concettuale che non era mai stata sviluppata da Majorino con tanta forza immaginale.

Ne Gli alleati viaggiatori si nota soprattutto come l'affollamento tematico e visivo corra parallelo al potenziale, insito in ogni testo della raccolta, di poter prendere più direzioni a seconda dell'importanza assunta dalle immagini che vi sono trattate. L'obiettivo di Majorino è di giungere ad una poesia senza "grosse parole vuote gonfie troppo usate pronte a scoppiare" (p. 30) e anzi fornita di un'accelerazione di immagini che si susseguono senza posa. L'aspetto visivo di ogni singola "scena" presuppone l'esistenza di un territorio oscuro dove le immagini si trovano ancora allo stato informe. Le stesse immagini troveranno poi una definizione attraverso l'elevazione al verso: "per quanto per quanto sia terribile sotto | e ne salgono pure sin qui immagini" (p. 47). Ora, queste particolari immagini che sembrano salire dal serbatoio dell'inconscio o forse del non-detto e del non-immaginato, prendono poi il nome di "concetticona", neologismo coniato dallo stesso Majorino e che caratterizza la densità immaginativa della sua poesia, ancorata sia alla filosofia che alle arti visive. Dei concetticona se ne parla in diversi momenti, a partire da p. 36: "un'icona inquietante sbatte ancora le ali", fino a un momento successivo, più elaborato, a p. 82: "tiene l'insieme tiene cosė l'entrata in un altro grande portale di carne | parte che governa suffragata di' | si dibattono icone primarie in cisterna". Qui la risoluzione è nei versi finali del testo: "non c'è altro c'è altro ma non è | feticciato, è vento di compresenti | non c'è altro, altro c'è ma quaggiù | getto d'acqua annerito sull'oceano". In questo "quaggiù", gli uomini vivono "in una smaltata ingiustizia" (p. 76), ma nella poesia "ciascun evento | ciascun evento è senza punteggiatura | il concetticona della giustizia | mai limpido sempre assente" (p. 84). Le immagini possono rappresentare un concetto, ma il concetticona in sé può racchiudere anche l'opposto del proprio concetto, come accade nell'esistere quotidiano, che risente della compresenza di giustizia e ingiustizia. La realtà fornisce la sintesi degli opposti e il concetticona, rappresentandola, risente della dialettica di questo movimento. Da ciò deriva che un'altra caratteristica di questo neologismo sta nel movimento, filosofico, visivo e verbale, che prende vita nel "pullulare oscuro" (p. 85): il suo luogo naturale, però, tutt'altro che pre-testuale, resta pur sempre il testo, dove "stridulano voci e lettere di voci e ritmoipnosi concetticona a spasso" (p. 88).

Ne Gli alleati viaggiatori, del resto, viene proprio rappresentato il movimento in sé, nella fattispecie quello di animali e uomini, uniti dallo stesso destino di violenza e morte, e colti in una migrazione di massa che ritorna in più punti della raccolta. La poesia di apertura ("andavamo come fosse un'emigrazione) è tra le più citate dell'intera raccolta ed è stata scritta, come anche "per fortuna che ci sei tu camion della ruera", nel 1991, mentre gli altri versi sono stati composti tra il 1996 e il 2001. Il tema del movimento delle grandi masse di uomini e animali viene continuato in altre poesie, come ad esempio in "occhi rotondi piccoli e mani affaccendate" (p. 34), "ammusavamo nella nebbia fari abbassati piano" (p. 39), "non sapevamo se andare ancora o restare" (p. 41) e "uno era all'inizio" (p. 90). Animali e uomini, "pluritudine affranta" (p. 94), sono protagonisti di queste poesie visionarie e condividono una sorte poco dignitosa: "continuano a macellare continuano | [...] i nostri alleati cuore rotto noi | noi nel frigo progressivo | voi nel frigo possessivo | particelle intanto divenuti | pure intanto noi bocca radiosa" (p. 95). Nel movimento parallelo di uomini e animali, entrambi in transito dalla vita alla morte, Majorino coglie il grande schema delle cose, evidenziando come siamo tutti uniti da influenze reciproche. Utilizzando verbi di derivazione dantesca, ci viene anche ricordato: "fa di ciascuno molti cosė m'intuo e tu t'immii" (p. 37). Le persone sono "miei fratelli mie sorelle miei me" (p. 32), ognuno è "il portatore | ciascuno di sé e non solo di sé" (p. 93), anche se la comunità che cosė si forma porta con sé la sua dose di angoscia: "è troppo spettrale, dimmi, quest'idea | del copiarci tutti, dell'assorbirci?" (p. 59).

Animali e uomini sono comunque in un rapporto di osmosi e la loro funzione, ai fini della rappresentazione discorsiva che avviene nelle poesie di Majorino, consiste nell'identificarsi con il concetticona che si muove all'interno del vivere stesso. La trasposizione dell'esperienza dei protagonisti su un livello visivo-concettuale avviene con una forza espressiva che Majorino forse non aveva ancora raggiunto. Gli alleati viaggiatori, quindi, viene cosė a proporsi come un vero punto di svolta all'interno della sua produzione. Le poesie qui raccolte contengono importanti riflessioni sul vissuto, sviluppate alla luce di un continuo intersecarsi di concettualità e visionarietà. La tenuta dei versi rivela una notevole forza nel reggere discorsi tanto eterogenei, che però sono tenuti insieme senza cadute di stile, in una compostezza espressiva che rivela, da parte di Majorino, una maestria poetica ormai compiutamente posseduta.