Victoria Surliuga
Recensione di Prossimamente di Giancarlo Majorino (Mondadori, 2004)
"l'immaginazione", n. 207, luglio/agosto 2004, pp. 59-60.
Prossimamente anticipa una serie nove volumi a cui Majorino lavora dal 1969 e nella quale convergono tutti gli elementi di un universo poetico che l'autore ha creato e cesellato fin dalla Capitale del Nord, suo esordio del 1959. Il nucleo del volume è costituito da una serie di riflessioni sul "vissuto", categoria che Majorino intende come un movimento costante di accelerazione attraverso molteplici situazioni e un continuo confrontarsi con la realtà. L'atmosfera del poema richiama una società post-moderna in cui le diseguaglianze sociali, la "dittatura dell'ignoranza" (per usare l'espressione dello stesso Majorino), le distruzioni e le violenze quotidiane si snodano in nuclei di trame e situazioni. è la trasposizione verbale di un'attenta osservazione della quotidianità, dove la realtà, diventata un "grandioso motivo poematico" (p. 123), assume una gravità e un senso apocalittico di cui non si è quasi mai partecipi mentre si sta vivendo. In Prossimamente, più che nelle prove precedenti di Majorino, riscontriamo un adattamento della sintassi e una scelta lessicale calcolata in base alle esigenze di un pensiero che si sviluppa per concrezioni verbali, con ampio uso di abbreviazioni e neologismi. Se questi espedienti velocizzano il ritmo della lettura, al contrario le narrazioni oniriche e autobiografiche, l'uso di aforismi, un andamento quasi filmico, la frammentazione dei versi, spesso con aspri enjambements come ad esempio "nucle | ari" (p. 112), hanno il compito di rallentarla affinché la portata filosofica del discorso non vada perduta nella scorrevolezza narrativa.
Tra i grandi temi che attraversano il poema, spiccano le riflessioni sulla scrittura, che per Majorino non si pone in dicotomia con il vivere, ma anzi lo conferma verbalmente e graficamente. Chi scrive vive attraverso la sua produzione letteraria e può accadere che ne diventi uno strumento, "finendo magari com'è accaduto ora, con pila scrivente su fogli figli, Prevecchio che sta scrivendo ste righe, loro lo stanno scrivendo" (p. 36, corsivo nostro). L'esperienza di vita diventa comprensibile razionalmente solo attraverso la scrittura, che rimesta il vissuto ("scrivendo rimesto", p. 48). Scrivere documenta in tempo reale la vita in corso perché "divenendo scrivi" (p. 113). La crescita interiore e la capacità di osservazione del reale sono rese più acute mediante l'atto stesso della scrittura, processo conoscitivo di cui non si può fare a meno ("Devo assolutamente scrivere", p. 83). In vari punti del poema, Majorino sostiene che scrivere è una necessità vitale, ad esempio "chi scrivevive da viverescrivere" (p. 132). Non solo si vive attraverso la resa verbale-grafica del mondo ma si pensa attraverso la scrittura che si snoda sulla pagina e, da queste considerazioni, deriva l'interrogativo: "Mi piace di più scrivere che capire?" (p. 86).
Mentre il pensiero si allontana nella sua transitorietà, la scrittura è invece l'atto stesso del riflettere che è diventato azione in quanto lascia un segno tangibile e permanente attraverso lo strumento del corpo dello scrivente. I fogli, con una sostituzione di vocali, diventano i suoi figli, un'estensione del proprio sé mentale in una fisicità che, a differenza di quella del corpo, rimarrà e avrà il potenziale di essere riprodotta all'infinito attraverso il libro. Si tratta di poter lasciare un segno del proprio passaggio nel mondo attraverso lettere vive e scalpitanti, che guizzano sempre di più, man mano che cresce l'esperienza della scrittura. Come scrive Majorino, d'altra parte, la vita procede e si scopre scrivendone: "si svolga si svolge la scoperta continua lo scriverne" (p. 133).
In Prossimamente assurge a un livello di non dogmatica sacralità, dove il mistero è insito più nel fatto di non riuscire a conoscere completamente che in un atto di fede. Nella situazione apocalittica descritta da Majorino, colpisce l'assenza di divinità benevole, sostituita dalla presenza di altre e più minacciose figure, responsabili dei timbri infernali e surreali del poema. Poiché la specificità del malessere sociale di cui vuole parlare Majorino potrebbe non essere facilmente compreso a una prima lettura, queste divinità negative sono definite dalla forma che le rende riconoscibili dall'occhio. Forbice e torcia sono gli strumenti dell'ignoranza in cui si sta inabissando un'ipotetica civiltà del futuro sulla soglia dell'annientamento. Si contrappongono alla figura del Guardiano, una rapida comparsa all'interno del poema, la cui vicenda ricorda l'episodio biblico di Cristo che aspetta i centurioni romani nell'Orto del Getsemani mentre i discepoli dormono (pp. 22-23). Potrebbe essere una figura cristica o un veggente, ma la distinzione non è fondamentale se si pensa al dono della visione che la tradizione platonica ha attribuito ai poeti. Majorino ha la capacità di vedere la realtà senza sentimentalismi ed è pronto ad accantonare l'oltre-mondano quando il presente è di per sé un groviglio già fin troppo complesso.
Nonostante si possano spiegare la struttura, i temi e le forme stilistiche di Prossimamente, resta il fatto che il libro va letto più volte, senza interruzioni, per acquisire gradualmente il ritmo di una lettura scorrevole. L'ambizione del poema, esperimento pressoché unico nella poesia italiana contemporanea, mira a costituire una poesia integrata con un apparato filosofico e didattico che risente delle riflessioni sull'essenza della scrittura cosė come ci sono state consegnate dalla filosofia e dall'ermeneutica del ventesimo secolo. I modi espressivi scelti da Majorino richiedono l'elaborazione di un metodo di lettura e concentrazione. In queste pagine appena pubblicate si sente un'eco di anticipazione, e a lettura finita si vorrebbe andare avanti e saperne di più.